C’era una volta, tanto tempo fa, in un regno incantato, un paese triste perché nonostante sorgesse in un golfo bellissimo e immerso in una natura generosa, il suo cielo era offuscato dal fumo di un drago nero. I suoi abitanti erano costretti a vivere in una eterna tristezza, perché il fumo del drago entrava nelle loro teste e ne offuscava i pensieri. E meglio non dire cosa faceva ai polmoni!
Ma non era sempre stato così. Ai tempi degli antichi, quando il drago ancora non c’era, i saggi del regno si riunirono in concilio per decidere come evocarlo, perché i testi sacri che allora andavano per la maggiore sostenevano che i draghi portassero fortuna e ricchezza. “Evochiamolo qui” diceva uno, “No, a casa mia”, diceva un altro. Alla fine qualcuno disse: “Evochiamolo nel Paese del Golfo, perché c’è acqua in abbondanza e potrà dissetarsi e la natura offre tante possibilità. E la ricchezza che scaturirà dal drago potrà fare bene agli abitanti poveri di quella regione”.
Si fece presto ad evocarlo: egli comparve in tutta la sua magnificenza, enorme e brillante alla luce del sole. Dalle sue narici fumo e fiamme, e la sua pancia emetteva rumori infernali. Beveva l’acqua di fonte, fresca e pura, e mangiava il carbone che arrivava tramite le navi. Ma cagava oro. Bellissimi e luccicanti stronzi di oro. Gli uomini del Paese del Golfo erano tutti impegnati per il benessere del drago. Chi portava il carbone dal porto fino alla tavola del drago, chi passava il tempo a massaggiargli la pancia, chi invece prendeva l’oro cagato e rimetteva sulle navi per trasportarlo dov’erano i saggi che lo avevano evocato. Sul territorio rimaneva qualche pepita scarsa, un po’ di polvere d’oro.
In poco tempo tutto il Paese del Golfo fu impegnato a dare da mangiare al drago (che comunque cagava oro).
Certo, ogni tanto qualcuno rimaneva schiacciato, o mangiato insieme al carbone, e sì, i suoi stronzi erano d’oro, ma i suoi peti ammorbavano l’aria. Per non parlare del fumo che emetteva dalle narici. Ma quell’oro! E chi mai l’aveva visto? Presto gli uomini più forzuti smisero di lavorare la terra e diventarono esperti pulitori di scaglie di drago. I più intelligenti lasciarono le botteghe e le università e si dedicarono a capire come poter raccogliere più briciole d’oro. Tutta l’economia del Paese del Golfo dipendeva dal drago.
Questi, però, prendeva ordini dai saggi che l’avevano evocato, che presto si stancarono di lui e decisero di trovargli un nuovo padrone.
“Mettiamolo all’asta!” dissero in coro. Il drago ci rimase male, perché un po’ era affezionato. Chi riuscì a portarselo via con due lire fu un ricco allevatore di draghi, che fu soddisfatto dell’affare.
“Non preoccupatevi” disse ai notabili della città, “non cambierà nulla per voi! L’oro del mio drago continuerà a finanziare le feste di corte e di palazzo, a sostenere i vostri amici e i vostri vizi, le vostre processioni e i vostri spettacoli”. Il conte fu soddisfatto, lo fu anche il ciambellano, e il diacono, e il sagrestano, e i maestri delle arti, e il panettiere, fino all’ultimo manovale. Il drago dava lavoro a tutti. Inoltre grazie alle buone entrate dei notabili della città, essi potevano sistemare il figlio del vassallo, il cugino del valvassore, il nipote del valvassino. Favori che si trasformavano un po’ in voti per il rinnovo delle cariche elettive, un po’ in corvè. Finche il drago cagava oro, tutto andava liscio come l’olio.
Ma un giorno il drago smise di cagare.
Sarà stato il carbone che non era più quello di una volta, sarà stata l’aria, sarà stata l’età, ma smise di cagare. Hai voglia a spingere, tirare, massaggiare, pregare, strizzare, disperare. Il drago non cagava più.
Si interpellò un esperto: “Bisogna avere pazienza” disse, e si fece pagare con una pepita d’oro. “Vi consiglio di chiedere consiglio a un altro esperto”. E così fecero. E lo pagarono con un’altra pepita. Arrivò il secondo esperto, che disse: “Bisogna avere pazienza”, e si fece pagare con una pepita d’oro. “Vi consiglio di chiedere consiglio a un altro esperto”. E così fecero. E lo pagarono con un’altra pepita. Arrivò il terzo esperto, che disse: “Bisogna avere pazienza”, e si fece pagare con una pepita d’oro. “Vi consiglio di chiedere consiglio a un altro esperto”. E così fecero. E lo pagarono con un’altra pepita.
Nel frattempo però in città circolava malumore. L’oro scarseggiava e non più piegati a raccogliere le scaglie dorate che erano sparse per le strade, gli abitanti ebbero finalmente la possibilità di alzare la testa e vedere il cielo nero. “Cielo!” esclamarono! E decisero di chiamare a loro volta un esperto. “Bisogna avere pazienza”, disse, ma mentre cercava di farsi pagare con una pepita, un popolano di modi spicci intervenne: “Col cazzo! Mò ci dici quello che vogliamo sapere!”. E l’esperto disse: “La verità è che il drago è malato, ha la stipsi. O si cura con costose medicine, oppure rimarrà intasato a vita, finché un giorno non scoppierà e le sue viscere uccideranno tutti quelli che si trovano a tiro. E la puzza rimarrà per secoli”.
Il popolo andò dai reggenti per chiedere che si facesse qualcosa. “Sono problemi dei prossimi reggenti”, disse qualcuno di loro, ma così sottovoce che non lo udì nessuno, ma tutti capirono. Il furbo disse dal balcone: “Amici miei, non credete a chi vi dice che il drago non cagherà più! Non credete a chi vi dice che servono tre costose medicine! Abbiamo noi una soluzione: un rametto di prezzemolo su per il didietro!”. Il popolo si guardò interrogativo. “Non preoccupatevi! Per farlo faremo lavorare decine di altre persone!”. Il popolo esultò! “Evviva! Che bravo reggente! Lo voteremo di nuovo di sicuro!”.
Ora, già dare da mangiare al drago era pericoloso originale, figuriamoci se qualcuno doveva cimentarsi nell’utilizzo dell’antica tecnica del ramettum petrosinarum. Ogni giorno qualcuno doveva cimentarsi nella pratica e ogni tanto qualcuno ci lasciava le penne. Però effettivamente, sturt o no sturt – letteralmente, qualche piccolo stronzetto usciva. Non era più come all’inizio: serviva più carbone per avere molto meno oro. Ed era diventato più pericoloso. E il drago emetteva più fumo, e l’allevatore sorrideva soddisfatto perché effettivamente risparmiava un bel po’ di soldini di medicine.
Più passava il tempo, più le persone sembravano essere tristi. Tristi fino a morire.
Poteva succedere per caso, all’improvviso. Un giorno uscivi di casa per andare a fare la spesa e incontravi qualcuno che ti diceva: “Mi sembri triste, ti sei fatto controllare?”. E al controllo risultava che effettivamente la tristezza era arrivata ovunque. Chi alle ossa, chi ai polmoni, chi alla testa. A volte prendeva anche i bambini. Pare fosse dovuta al fumo di drago, pare che fosse dovuta al cielo nero.
Un’epidemia di tristezza, mentre il drago sempre più malato cagava sempre meno, e chiedeva sempre più carbone, e diventava sempre più pericoloso accudirlo.
Sembrava dovesse finire così, sfumando sui toni di grigio, ma…
Ma i magisteri della pretura decisero di vederci chiaro: “Ci sembra che ci sia troppa tristezza in città, anche in campagna. Vedete quelle pecore? Non sembrano tristi?”. Misero sotto sequestro tutto, anche le pecore, che poverette furono mandate al macello. Tutti si scoprirono tristi e finalmente si poteva dire pubblicamente. Questa verità è stata così potente da mettere in difficoltà anche i lavoratori che quotidianamente erano impegnati ad accudire il drago. “Dove vai tu?”, chiedevano a qualcuno che camminava verso il drago. “Da nessuna parte, faccio un giro”, si difendeva quello.
I magisteri cacciarono l’allevatore e i suoi figli e mandarono a chiamare i funzionari del re perché si prendessero cura del drago, in attesa di capire come mai le sue condizioni si erano così aggravate (perché stava sempre peggio, purtroppo, che tutto quel prezzemolo un po’ di rossore l’aveva creato…). I funzionari arrivarono in pompa magna. Scesero dai loro cavalli in piazza e dissero alla folla: “Ora ci pensiamo noi a mettere a posto le cose!”. “Dov’è il drago?” dissero in coro. “Lì, non vedete, vi sta salutando proprio ora!” rispose la folla. “Ah!”, dissero i funzionari e rimontarono a cavallo: “Torniamo subito!” e cavalcarono dalla parte opposta.
“E se lo uccidessimo?”.
“Come?”
“Niente…”
Tra la folla iniziava a serpeggiare una voce. Prima soffusa, poi sempre più montante, fino a diventare un unico mugugno: “Uccidiamo il drago! Uccidiamo il drago!”. Al coro si univano anche coloro che ogni giorno gli davano da mangiare. “Uccidiamo il drago! Uccidiamo il drago!”.
Il drago sentiva e si intristiva sempre di più, pure lui! E la sua malattia peggiorava, di giorno in giorno. Le tre medicine che sarebbero servite anni prima ora dovevano essere cinque. Le persone continuavano ad accudirlo, ma lo trattavano sempre male: “Mangia! Drago appestato!”. E gli tiravano schicchere e sganassoni. Il re nel frattempo decise di emettere un editto:
“Nonostante quella del drago sembri una malattia, ha i sintomi di una malattia, ha i colori di una malattia, ha gli odori di una malattia, non è una malattia. Il drago è sano, o comunque può essere curato fra dieci anni, non c’è fretta”. E mandò altri funzionari.
I funzionari arrivarono in pompa magna. Scesero dai loro cavalli in piazza e dissero alla folla: “Ora ci pensiamo noi a mettere a posto le cose!”. “Dov’è il drago?” dissero in coro. “Lì, non vedete, vi sta salutando proprio ora!” rispose la folla. “Ah!”, dissero i funzionari e rimontarono a cavallo: “Torniamo subito!” e cavalcarono dalla parte opposta.
Il re allora decise di fare una nuova asta, mettendo in palio il drago, che era malato ma per editto, non era malatissimo. La tristezza in città dilagava, e non risparmiava nemmeno la natura. Erano tristi le pecore, erano tristi le mucche, erano tristi anche i pesci.
All’asta partecipò un gruppo di allevatori orientali, grandi e sgargianti vesti, magnifici cappelli. Tutti rimasero abbagliati. “Se questi si vestono così, figuriamoci come sapranno curare il drago!”, dissero i saggi in coro. E i reggenti della città chiesero: “Se vi prendete il drago, ci promettete che non ci toccate i privilegi che un po’ siamo affezionati?”. “No, e chi vi tocca” risposero quelli, “che un po’ ci fate pure un po’ di senso…”.
Gli allevatori orientali si aggiudicarono l’asta. “Vi promettiamo questo e quello, ma se non lo facciamo nessuno ci deve dire che siamo ipocriti”. “Va bene, figuriamoci, fate come se foste a casa vostra”.
Grandi feste, grandi balli! Addirittura iniziarono a costruire una grande cuccia per il drago, per proteggerlo.
Alla fine del primo mese si resero conto che i conti non tornavano: “Come è possibile che ci sono ben duecento persone per cambiare la carta igienica?” chiesero ai reggenti e ai funzionari statali che ogni tanto si facevano vedere. “Eh, ma quelli c’hanno famiglia con quattro voti a testa” bisbigliavano in coro. “Come?”. “I lavoratori non si toccano!”.
In città si moltiplicavano i cori: “Uccidete il drago! Uccidete il drago!”. Molti riuscirono a farsi eleggere alle cariche pubbliche solo perché urlavano più degli altri. Addirittura qualcuno promise di andare dal re per convincerlo a uccidere la bestia, salvo poi, una volta eletto rappresentante del popolo, torno in città dicendo: “Non pensate sia una brutalità un pochino affrettata? Non è meglio assopirlo, addormentarlo, coccolarlo, convincerlo?”.
I medici continuavano a lanciare l’allarme: “Ora ci vogliono nove medicine! Non passerà la notte!”.
Gli allevatori orientali, dopo un primo periodo in cui si fecero vedere in città, iniziarono a sparire, in sordina, senza dare nell’occhio. “Dove stai andando?”, chiese il popolo all’ultimo di loro beccato mentre saliva sulla carrozza. “A Samarcanda, ma mò torno”. E non tornò. Dalla patria dei mercanti arrivò una breve nota: “Ma voi davvero ci avete creduto? Vi lasciamo la cuccia del cane da finire…”.
Sembrava una fine ingloriosa: il drago moribondo, sempre meno cacca dorata. Il popolo triste, la natura triste. Pochissimi si ricordavano come si facevano gli altri mestieri, perché quasi tutti erano stati impegnati ad accudire il drago dei tempi d’oro. I reggenti non sapevano più che promettere. I magisteri continuavano a leggere carte. Il re continuava a emanare editti: “Eh, anche se si sente puzza di drago stantio, e sembra un drago stantio, non è un drago stantio. Il re dice che questo odore di marcio non è odore di marcio ma odore del gelsomino che fa l’amore con la lavanda”. Per curare il drago ora servivano 12 medicine, e molto costose.
Una soluzione c’era: o si curava il drago, mandando i più coraggiosi a trovare le medicine, oppure lo si doveva far volare via. Quello che non si comprendeva era che pur morendo, il drago avrebbe lasciato dietro di sé un cadavere difficile da gestire.
Il nuovo re si trovava davanti a un bivio e, consultatosi con altri saggi (non quelli di prima), decise di…
Martina Franca, 12 agosto 2025